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C'era una volta in Europa...
di
Massimo Fini
Se vi dicessi che c’è in Europa un Paese
dove non esiste la disoccupazione, non esiste il lavoro precario, non esiste
il problema dei pendolari, non esiste l’inflazione, dove le tasse sono al
10%, dove ognuno possiede una casa e quanto basta per vivere e quindi non ci
sono poveri, mi prendereste per matto. E avreste ragione. Perchè questo è il
Paese che non c’è. Ma è esistito. E’ esistito un mondo fatto così. E si
chiama Medioevo Europeo.
La disoccupazione appare, come fenomeno sociale, con la Rivoluzione
industriale. Prima, con una popolazione formata al 90/95% da agricoltori e
artigiani, ognuno, o quasi, viveva sul suo e del suo, aveva, nelle forme
della proprietà o del possesso perpetuo, una casa e un terreno da coltivare.
E anche i famigerati ’servi della gleba’ (i servi casati), comunque una
realtà marginale, se è vero che non possono lasciare la terra del padrone
non ne possono essere nemmeno cacciati. Non esisteva il precariato perchè il
contadino lavora tutta la vita sulla sua terra e l’artigiano nella sua
bottega che è anche la sua casa (per questo non esiste nemmeno il
pendolarismo). Il giovane apprendista non percepisce un salario, ma il
Maestro ha il dovere, oltre che di insegnargli il mestiere, di fornirgli
alloggio, vitto e vestiti (due, uno per la festa, l’altro per i giorni
lavorativi; ma, in fondo, abbiamo davvero bisogno di più di due vestiti?).
Dopo i sette anni di apprendistato il giovane o rimarrà in bottega, pagato,
o ne aprirà una propria. Senza difficoltà perchè c’è posto per tutti. Gli
statuti artigiani infatti proibiscono ogni forma di concorrenza e quindi, di
fatto, la formazione di posizioni oligopoliste. Per tutelare però
l’acquirente (oggi diremo ‘il consumatore’) gli statuti stabiliscono regole
rigidissime per garantire la qualità del prodotto.
Nelle campagne il fenomeno del
bracciantato si creò quasi a ridosso della Rivoluzione industriale quando i
grandi proprietari terrieri cominciarono a recintare i loro campi (enclosure)
rompendo così il regime delle ‘terre aperte’ (open fields) e delle servitù
comunitarie (ad uso di tutti) su cui si era retto per secoli lo
straordinario ma delicato equilibrio del mondo agricolo. Per molti
contadini, non avendo più il supporto delle servitù, la propria terra non
era più sufficiente a sostentarli. Ma fu un fenomeno tardo. Perchè la
concezione di quel mondo, contadino o artigiano, era che ogni nucleo
familiare doveva avere il proprio spazio vitale. Scrive lo storico Giuseppe
Felloni: “Le terre sono divise con criteri che antepongono l’equità
distributiva all’efficenza economica”.
Le imposte, comprendendovi quelle statali,
quelle dovute al feudatario, nella forma di prelievo sul raccolto e di
corvèes personali, la ‘decima’ alla Chiesa, non superarono mai il 10%. E’
vero che anche i servizi erano minimi, ma per molti aspetti di quello che
noi oggi chiamiamo ‘welfare’ sovveniva la Chiesa, naturalmente nei modi
consentiti dai tempi.
Non esisteva l’inflazione. I prezzi
rimanevano stabili per decenni. Una delle rare eccezioni fu la Spagna degli
inizi del XVII secolo a causa dell’oro e dell’argento rapinati agli indios
d’America. E nel suo ‘Memorial’ Gonzales de Collerigo scrisse con sarcastica
lucidità: “Se la Spagna è povera è perchè è ricca”. Che è poi la paradossale
condizione in cui si trovano molti Paesi industrializzati di oggi.
In quel mondo, per quanto a noi appaia
incredibile, non esistevano i poveri. Il termine ‘pauperismo’ nasce
nell’opulenta Inghilterra degli anni ‘30 dell’Ottocento. Fu Alexis de
Tocqueville, uno dei padri del mondo moderno, ad accorgersi per primo dello
sconcertante fatto che nel Paese del massimo sforzo produttivo e industriale
c’era un povero ogni sei abitanti mentre in Spagna e Portogallo, dove il
processo era appena agli inizi, la proporzione era di 1 a 25 e che nei Paesi
e nelle regioni non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale non c’erano
poveri. Perchè è la ricchezza dei molti, alzando il costo della vita, a
rendere poveri tutti gli altri. Che è quanto sta accadendo oggi in Russia,
in Cina, in Albania, in Afghanistan e persino in Italia.
Su tutto questo, credo, dovrebbero
riflettere coloro che fra un mese saranno chiamati a governarci.
Da
www.massimofini.it
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